Milioni di italiani hanno impiegato l’agosto a riempire la penisola delle loro cartacce, a dimenticare bambini piangenti nelle stazioni secondarie, a infettare di ottani spiagge classiche e valli incautamente accoglienti. Hanno scoperto luoghi che, prima del loro arrivo, erano distensivi. “Come staremmo bene, qui, se noi fossimo altrove!”. Ora che l’agosto sta morendo, li aspetta un’altra avventura, una scoperta più duratura, più severa e illuminante. Essi tornano a casa, e ritrovano, esattamente dove le avevano lasciate, le città. Durante la loro assenza, talune di queste città hanno preso languide e belle abitudini. Solo chi è rimasto sa in che modo i gatti attraversano le strade, i giorni quindici e sedici d’agosto. Gode la gioia di un semaforo inutilmente indaffarato, in un deserto incrocio di gran trafico. Perfino l’automobile, velenosa blatta meccanica, assume alcuni caratteri dell’animale domestico. Dove la leghi, sta, e ti segue con i suoi buoni, umidi, devoti fanali. Le macchine piccole imparano a sventolare la targa.
Da Città estive di G. Manganelli in Lunario dell’orfano sannita (1973) (via robba)
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